«Nei miei ricordi la Quarta Sinfonia di Brahms»
di Lucia Cassarà
Dott.ssa Magistrale in Cinema,
Televisione e Produzione multimediale.
Dott.ssa Magistrale in Lingue e Letterature Europee.
Dott.ssa Magistrale in Pianoforte.
Ciò che ti unisce, ti dividerà.
Nei miei ricordi la Quarta Sinfonia di Brahms.
Si chiude con questi versi Il mito dell’amore, brano tratto da Fisiognomica, il celebre album di Franco Battiato pubblicato nel 1988. Un disco di grande successo che raccoglie canzoni come E ti vengo a cercare, Nomadi e Un oceano di silenzio.
Nel Mito dell’amore, Battiato esprime in forma poetica il proprio bisogno di libertà, anche all’interno delle relazioni sentimentali:
Un giorno da ragazzi
Camminavamo sul lungomare
Mi disse: “Sanno già di noi
Vieni a casa, ti presento ai miei”
Mi tocchi il cuore e la libertà
Ma solo l’idea mi fa sentire prigioniero.
Una descrizione dei rapporti amorosi che lascia l’amaro in bocca: all’entusiasmo dell’innamoramento, quando tutto appare bello, si affianca già il timore di sentirsi prigionieri. È una tensione che può trasformarsi nell’insofferenza della quotidianità, fino al momento in cui ci si accorge che la storia è davvero finita.
Che cosa salvare, allora, di una relazione? Battiato sembra suggerire una risposta nei versi conclusivi: «Nei miei ricordi la Quarta Sinfonia di Brahms». La musica diventa così ciò che sopravvive al legame: il ricordo di una bellezza condivisa, capace di restare anche dopo la separazione. Dopo questi versi, il brano prosegue con una coda strumentale e si chiude con un assolo d’organo dal sapore bachiano.
La musica classica accompagna Battiato durante tutta la sua carriera:
Ma quando ritorno in me
Sulla mia via, a leggere e studiare
Ascoltando i grandi del passato
Mi basta una sonata di Corelli
Perché mi meravigli del creato.
In Inneres Auge Battiato attribuisce alla musica classica un potere salvifico, riconoscendovi un modo per superare le brutture della modernità dove «la giustizia non è altro che una pubblica merce / di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori / se non avessero moneta sonante da gettare come armi fra la gente».
Il dialogo con la tradizione classica emerge anche nel linguaggio musicale delle canzoni del cantautore siciliano. Infatti, in Segnali di vita, la scrittura armonica evoca sonorità beethoveniane, suggerendo un accostamento al Concerto per pianoforte e orchestra n. 5, detto «Imperatore».
I richiami alla cultura musicale barocca affiorano persino nei titoli delle canzone, basti pensare a Passacaglia, brano del 2012 contenuto nell’album Apriti sesamo o a Per Elisa, il brano firmato insieme ad Alice e Giusto Pio e portato dalla cantante alla vittoria al Festival di Sanremo del 1981; il richiamo alla celebre bagatella di Beethoven affiora già nel titolo e nell’introduzione strumentale.
E se in Samba delle benedizioni Vinicius de Moraes affermava che «la vita, amico, è l’arte dell’incontro», è proprio l’incontro con il violinista e compositore Giusto Pio a favorire, in Battiato, un approfondimento del rapporto con la musica classica. Nei lavori discografici realizzati insieme si fondono la visione filosofica e sperimentale del cantautore siciliano e il rigore compositivo, frutto della formazione classica di Pio. Il loro linguaggio è stato capace di attraversare il pop, l’avanguardia, la musica colta e quella elettronica.
Prima di incontrare il cantautore siciliano, Giusto Pio era già una figura di grande prestigio: violinista, compositore e arrangiatore, grande conoscitore della musica antica, medievale e rinascimentale, ma anche musicista capace di muoversi con disinvoltura tra musica classica, jazz e musica leggera. Nel corso della sua carriera aveva già collaborato con grandi interpreti della canzone italiana, come Nilla Pizzi, Tony Dallara, Domenico Modugno, Adriano Celentano e Mina.
L’incontro tra Franco Battiato e Giusto Pio venne favorito dal pianista Antonio Ballista, estimatore della musica dell’artista catanese. Già molto impegnato, Pio inizialmente esitò ad accettare il giovane musicista come allievo; tuttavia, dopo l’insistenza del figlio Stefano, ammiratore dello stile di Battiato, si convinse ad impartirgli lezioni di violino. Quello che doveva essere un semplice rapporto maestro-allievo si trasformò ben presto in una vera e propria amicizia. I due musicisti, infatti, scoprirono di condividere una curiosità musicale senza confini e i loro incontri divennero presto occasioni di ricerca, confronto e sperimentazione. Ognuno portava all’altro il proprio mondo: Franco Battiato la tensione verso l’innovazione, la spiritualità e l’avanguardia; Giusto Pio il rigore della formazione classica e una prospettiva musicale radicata nel passato. Da questa sintesi nacquero gli album L'era del cinghiale bianco, La voce del padrone, L'arca di Noè, Orizzonti perduti e Mondi lontanissimi.
Ma il dialogo tra i due artisti non si esaurisce soltanto nelle canzoni divenute più celebri. Testimonianza preziosa di questa collaborazione si trova negli album strumentali di Giusto Pio e, soprattutto, in Restoration - The Ancient School of Restoration. Già il titolo suggerisce l’intento poetico e musicale dell’operazione condotta dai due artisti: un gesto di restauro delle opere classiche del passato, che si traduce in una rielaborazione dei materiali appartenenti alla tradizione colta europea, attraverso strumenti e linguaggi contemporanei. Restoration rappresenta la sintesi del percorso comune ai due artisti: la convinzione che la musica non conosca confini tra epoche, generi o culture, ma costituisca un unico grande linguaggio in continua trasformazione. L’album, pubblicato anch’esso dalla EMI, come il precedente Legione straniera, è composto da otto brani per una durata complessiva di circa 28 minuti. Rispetto al disco precedente, viene dato più spazio ai campionamenti e alle sonorità elettroniche. Il violino di Giusto Pio si intreccia con la voce di Battiato, mentre il basso di Paolo Donnarumma e la batteria di Alfredo Golino costruiscono la base ritmica. Le tastiere di Filippo Destrieri e la chitarra e i cori di Alberto Radius arricchiscono l’arrangiamento, mentre Enzo Titti Denna, tra i più importanti ingegneri del suono della musica leggera italiana, introduce gli elementi elettronici. Il risultato è un insieme sonoro molto ricco dove gli strumenti classici ed elettronici convivono.
Interessante è il brano da cui prende il titolo l’intero album. Si tratta di una riscrittura in chiave anni Ottanta della Pavane op. 50 di Gabriel Fauré, compositore francese di fine Ottocento, noto per il suo linguaggio elegante e lirico. Scritta nel 1877, nel periodo di composizione del Requiem, ottenne in Francia un’immediata popolarità tanto che, oltre alla versione per orchestra, il compositore ne pubblicò una per pianoforte e un’altra per coro e orchestra. Nel 1917, con le coreografie di Léonide Massine, la Pavane entrò nel repertorio dei celebri Balletti Russi di Sergej Diaghilev e divenne un grande classico della musica orchestrale.
In Restoration Giusto Pio riprende il tema della Pavane e la riscrive in chiave anni Ottanta: aumenta la velocità di esecuzione, l’orchestrazione si fa elettronica, la batteria è ben presente con un ritmo tipico della musica pop di quegli anni, ma permane una chiara continuità nella struttura del brano originale e nell’atmosfera, specialmente sottolineata dal violino dello stesso Pio. Il brano Restoration non presenta un testo cantato vero e proprio, tuttavia, proprio in relazione alla versione corale di Fauré, la voce di Battiato compare sul finale in modo inatteso, quasi come un corista che emerge all’improvviso dal tessuto sonoro. Questo intervento vocale, discreto ma significativo, crea un legame tra la tradizione originale e la sua reinterpretazione contemporanea.
Anche nei film realizzati dallo stesso Battiato la musica da repertorio gioca un ruolo fondamentale.
«La musica è una lingua in codice - scrive il cantautore siciliano - che ha il potere di trasportarti in mondi che non hai mai conosciuto [...]. Ho sempre intuito, anche senza saperlo, che la musica è una porta dell'evoluzione, uno strumento di consapevolezza, di ricerca della propria realtà interiore». In diverse interviste Franco Battiato sottolinea il forte legame che ha con con la musica di questo genere. «Mi sveglio alle cinque del mattino e ascolto classica. Quando sento alcune arie di Händel devo fermarmi per la gioia insostenibile che m'ingorga». E proprio a Georg Friedrich Händel il cantautore avrebbe voluto dedicare il suo quarto film, dopo Perdutamor (2003), Musikanten (2005) e Niente è come sembra (2013).
Alla regia cinematografica Franco Battiato arrivò dopo aver realizzato diverse opere teatrali e liriche, come Genesi, Gilgamesh, Il cavaliere dell'intelletto. Come per il teatro, anche per il cinema l'uso della musica classica da parte di Battiato è una costante.
Già in Perdutoamor, film dal taglio evocativo e autobiografico, accanto ad alcuni brani di musica leggera inserì brani di Johann Sebastian Bach, Hector Berlioz, Antonio Vivaldi, Wolfgang Amadeus Mozart, Robert Schumann, Richard Strauss, Johannes Brahms.
Nel film Musikanten, poco apprezzato dalla critica, il regista Battiato raccontò la vita di Ludwig van Beethoven, interpretato dall'attore Alejandro Jodorowsky, che nel film afferma: «Chiuso nel mio labirinto spero di trovare le ali che mi portino verso il cielo». Il tema centrale di Musikanten è proprio questo: Beethoven non rivive solo nella memoria perché lo spirito non finisce. Il grande compositore commenta: «Che altro è la musica, se non viaggiare verso un altrove, che è poi l'assoluto?» Il cantautore era molto interessato a studiare il rapporto musica-immagine ed era convinto che la prima finisse sempre con l’abbracciare la rappresentazione visiva.
Anche il cinema per Battiato rientrava in quella continua ricerca artistica ed esistenziale che ne ha caratterizzato il percorso creativo, sempre all'insegna della sperimentazione, della spiritualità, della libertà, di una rivoluzione interiore. «Il cinema mi è servito a immettere spiritualità nella realtà, per superarla». In Niente è come sembra Battiato si avvale di diverse scelte musicali.
«In questo film la colonna sonora è strepitosa. C'è una scena prima del finale che mi piace molto: si vede un albero che ho ripreso per un anno intero. Ho fatto una sintesi di novanta secondi del suo ciclo, sotto cui ho messo un pezzo tratto dalla Sinfonia n. 4 in mi bemolle maggiore Romantica di Anton Bruckner, che secondo me è di grande emozione».
Al progetto del film su Georg Friedrich Händel Battiato s'era dedicato con un'immersione totale nel Settecento, leggendo un centinaio di libri, alcuni di millecinquecento pagine l'uno, oltre che in italiano anche in inglese, francese, spagnolo, incontrando nuovi biografi e consultando nuovi documenti. Il protagonista sarebbe stato l'attore tedesco Johannes Brandrup. Con il suo film su Händel Battiato intendeva celebrare un genio puro.
La musica classica attraversa così l’opera di Battiato come una presenza viva, capace di trasformare lo sguardo sul mondo. Nei ricordi di un amore finito, nel ciclo delle stagioni racchiuso in un albero, nella meraviglia suscitata da una sonata, l’ascolto apre uno spazio di libertà interiore. È forse qui che risiede il suo potere salvifico: nella possibilità di ritrovare, attraverso la bellezza, un rapporto più profondo con l’esistenza.